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Interviste con Uomini Impossibili: Marco Lodola

Parlata indolente, sguardo accattivante, un intercalare ricorrente: «Cazzo!». Prima delle dieci del mattino non connette, e a guardare la piccola targhetta fuori dal suo atelier non sembra nemmeno di bussare alla porta di un artista presentato alla Biennale di Venezia, uno che manco ci pensa a dar segnali di cedimento artistico. Perché il suo nome «era già un destino», o perché la sua arte è il suo più grande divertimento. Debora Borgognoni incontra Marco Lodola a Pavia, nella città di entrambi, per una colazione-intervista davvero irresistibile.

Partiamo dal nome del tuo website: Lodoland. Comincio da questo perché appena l’ho letto, ho pensato: “Un genio anche con le parole!” Unisci ludico, fantastico, reale, artistico, e addentrarsi nel tuo mondo significa davvero fare un viaggio in mondi diversi. Com’è il mondo Lodoland?

Lodolandia nasce dalla definizione di un critico, Alberto Fiz, e a dirti la verità ho capito dopo perché lui l’avesse inventato. Fa un po’ riferimento alla Factory di Warhol, cioè a un mondo a parte ricreato con contaminazioni di vari generi, musica in particolare, ma anche cinema, letteratura, che poi è quello che mi è successo per davvero lavorativamente parlando. Lodolandia è un mondo immaginario di grande divertimento. Il divertimento è anche mio: lo dico sempre, finché mi diverto a fare ‘sta cosa funzionerà, dopodiché sarà finito tutto. Ma sai poi una cosa? Io ho un nome che si presta a tante definizioni. Lo-do-la sono note musicali, e poi il finale puoi giocartelo in vari modi. Me l’ha fatto notare per primo Aldo Busi. Venticinque anni fa ci siamo conosciuti in una galleria a Milano, e lui mi ha detto che nel nome c’è già il destino di una persona. Quando gli ho detto il mio, mi fa: «Con quel nome non puoi non essere un artista.» Se quello dei Rolling Stones non si fosse chiamato Mick Jagger o si fosse chiamato Bardolini Giuseppe, dove cazzo andava?

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